The Scars of Spring
20 Ottobre 2018
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An impossible love

Avevo cominciato questo racconto alla fine del corso alla scuola Comics, e doveva essere una esercitazione alla sintesi, al massimo duemila battute. Inizialmente avevo preso spunto da una serie di disegni visti sul web, di cui purtroppo non ricordo la fonte.
Il finale era diverso, più amaro, un po’ cinico.
Poi è sopraggiunta la quarantena, e la mini-storia ha preso una piega più tragica ma con un velo di speranza.
Ho rivisto qualche vecchio scritto in questi strani giorni, e anche se si tratta solo di piccoli racconti, esercitazioni o semplici pensieri, ho pensato di condividerli, a memoria di un periodo che certamente resterà scolpito dentro di me per molto tempo.

Così, ogni volta che scorrerò gli articoli del blog, mi ricorderò dei momenti vissuti durante la pandemia.
Dirò: “Oh! Questo l’avevo scritto dopo aver sentito il bollettino della protezione civile, ero davvero di pessimo umore”.
Oppure: “Quel giorno avevo promesso a me stessa che avrei cambiato vita, mi mancavano terribilmente il verde e l’aria fresca”.
E questo racconto invece?
‘An impossible love’ è dei giorni in cui pensavo “No, non andrà tutto bene. Ma non potrà neanche andare tutto male”.

An impossible love

Seduto accanto a un cassone dell’immondizia, non poteva ripararsi dalla pioggia. Aspettava il suo destino, triste e solo. Era sporco e un po’ puzzava; nessuno si sarebbe fermato a prenderlo. Era stato gettato via, e le cose vecchie avevano un’unica destinazione: la discarica. Sapeva cosa l’aspettava. A chi poteva piacere del resto un orso di pezza logoro? A un bambino magari… ma no, i negozi strabordavano di peluche sorridenti, nuovi e profumati.

Presto arrivò la sera. Al buio, il piccolo orso era invisibile. Si sentiva perso, e non avrebbe sopportato di soffocare per anni o per sempre sotto metri di rifiuti.

Poi, un rumore di passi lo illuse. Un uomo si avvicinò, giungendo sino ai suoi piedi. Sperò volesse portarlo via. Invece, dopo aver scaricato un sacco nero, l’estraneo se ne andò.

La disperazione lo sommerse.

Ma da lì a poco, qualcosa accadde. Il sacco, rimasto in bilico sul bordo del cassone, cadde proprio sulla sua testa. Rimbalzò e si aprì. E quale meravigliosa sorpresa! Tra una miriade di giocattoli rotti, giaceva una bellissima orsa di pezza, proprio come lui. Se ne rallegrò, felice di non essere più solo. La chiamò, le chiese chi fosse, ma lei non rispose. Un occhio le mancava e, nel petto, una voragine esponeva l’imbottitura bianca, strappata.

Quando si accorse che era morta, il suo cuore si spezzò. La solitudine era la paura più grande che fino a quel momento aveva avuto. Eppure, il desiderio di vedere il suo sorriso cominciava a sopraffarlo. Se tanto il destino era quello dell’infelicità eterna, non sarebbe forse stata liberatoria, la morte? E scambiare la sua vita per un sorriso, sarebbe stata la rivincita su un’esistenza triste e inutile.

Allora decise di strapparsi un occhio e il cuore, e di donarli a lei. Non l’aveva mai vista prima, ma sapeva che avrebbe avuto un futuro diverso dal suo: qualcuno l’avrebbe amata. Non appena ebbe posato il cuore, sentì le forze mancare. La guardò, con il terrore di non avere il tempo per coglierne il risveglio. Ma un attimo prima di spegnersi, lo intravide, quell’agognato sorriso. Aveva la luce di una lama d’argento e la dolcezza della gratitudine.

 

Foto di freestocks.org da Pexels

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