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Il pianto delle onde

Qualche anno fa vidi il film documentario ‘The Cove’ sulla mattanza dei delfini della baia di Taiji in Giappone.
Nel film viene mostrato come questa avvenga con metodi cruenti e, inoltre, documenta quanto sia dannosa la carne di delfino a causa dell’alto contenuto di mercurio.
Buona parte degli esemplari viene uccisa sul posto con lame e arpioni e destinata al consumo alimentare.
Una percentuale di individui invece viene catturata e venduta ai delfinari e parchi acquatici sparsi per il mondo.
Qualcosa di molto simile avviene nelle Isole Far Oer (Danimarca) con le balene pilota, il così detto Grindadràp.
Il Corriere della Sera scrive a questo proposito in un articolo datato Maggio 2018: “Il sangue è tornato a tingere le acque delle isole Far Oer, l’arcipelago subartico formato da 18 isole, situato tra il Mare di Norvegia e il nord dell’Oceano Atlantico. Il 22 maggio è, infatti, ripresa la stagione della «caccia alle balene» con il Grindadráp, la tradizionale mattanza groenlandese dei globicefali. Nel primo giorno di caccia ne sono state uccise 150, massacrate con coltelli, lance e uncini, davanti a centinaia di persone. Da secoli ormai, va in scena il «Grindadráp» e quest’anno la caccia è già iniziata, come si legge sulla pagina Facebook «Basta Delfinari», ma solitamente si svolge tra luglio e settembre. I cetacei prima vengono spaventati e costretti a spiaggiarsi, poi infilzati dallo sfiatatoi e recisi nel midollo spinale. La Sea Shepherd è interessata sin dagli anni ’80 a contrastare questa macabra usanza groenlandese e in questi anni di attività è riuscita a salvare centinaia di esemplari di balene. Il Grindadráp è una delle più grandi risorse economiche del XX secolo delle isole: l’attività è stata approvata dalle autorità faroesi ma non dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene. Circa 950 globicefali vengono uccisi ogni anno, molti dei quali durante l’estate. Inizialmente i cacciatori di balene si posizionavano su barche disposte nell’acqua in posizione circolare. Oggi le barche si dispongono sparse nelle baie o nei fiordi. La maggior parte dei faroesi considerano importante questa caccia, considerandola una «tradizione» da mantenere.

La mattanza delle Isole Far Oer e la caccia dei delfini nella baia di Taiji mi hanno colpita tanto da decidere di usarle come spunto per un racconto. Che sia chiaro però, non è un’accusa verso nessuno, in quanto sarebbe pura ipocrisia. A mio parere infatti, delfini e balene sono da rispettare tanto quanto mucche, maiali e altri animali sfruttati dall’uomo.
Nel ‘pianto delle onde’ ho immaginato un ragazzo che dopo tanti anni torna nel suo paese natale. Rivive le sue radici durante l’evento più importante della comunità (la mattanza), che lo porta ad una profonda riflessione. Amore e odio sono sentimenti inscindibili rivolti alle sue origini e al suo passato. Da una parte rinnega ciò che lo ha ‘formato’, dall’altra non può che sentirne la mancanza. Scrivere ‘Il pianto delle onde’ mi ha emozionata. La nostalgia di casa in questo racconto è fortissima, stringe il protagonista sino alla fine, lasciando che il senso di colpa e l’incertezza prendano il sopravvento. È un esempio estremo; eppure chi è andato via da casa per cercare altrove ciò che mancava alla propria vita capirà il protagonista. Forse, siamo in molti a comprenderlo.

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